V

Forse la parola valori potrebbe essere, idealmente, l’indice di questo piccolo libro. E sicuramente è l’indice che raccoglie i “capitoli” che ho cercato di avere presenti nella mia vita di lavoratore e di padre. A volte, come tutti, facendo grande fatica. Altre volte in maniera più semplice. Ma sempre con la massima serenità, nella convinzione che non è importante solo quello che si fa, ma anche e soprattutto come lo si fa. Che il fine non giustifica i mezzi, se i mezzi sono quelli dell’ambiguità, del sotterfugio, della menzogna, della sopraffazione. E spero di non passare per idealista se dico che non è tutto uguale, che i percorsi si possono far crescere con dignità e che si possono fare promesse a noi stessi e poi cercare di mantenerle.
Come spero di poter tornare a vedere un Paese, e ancora prima una Regione, dove cala il morbo dell’indifferenza (ancora con il celebre passaggio gramsciano: “odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano”), dove finalmente si ricomincia a guardare alla politica come a qualcosa che si prende in carico la società e se ne occupa. Ma è chiaro che d’altra parte deve essere la politica a lanciare un segnale inconfondibile e poi a dargli seguito.
I valori in questione sono quindi tra le pagine di questo libro. A partire dalla A di Ambrosoli, che coincide con l’impegno politico diretto, e passando per il tema della legalità: la militanza in Società civile prima (alla lettera S) e in “Omicron” dopo (alla lettera O) rappresentano per me una volontà continuativa di agire contro il malaffare e la politica ridotta a terreno di scambio e di mercimonio, puro esercizio del potere al fine dell’arricchimento personale o di gruppo, a scapito dell’interesse collettivo. Nodi che si saldano e danno vita alla Questione morale (alla lettera Q), intesa ancora alla maniera di Berlinguer, vale a dire la moralità, il principale dei valori dispersi dalla politica arraffona segnata dal Berlusconismo, accompagnata da una vita privata inaccettabile per chi si propone come amministratore della cosa pubblica.
Ed è chiaro che su questi presupposti deve riposare la C di Cambiamento. A pensarci, è forse il valore meno palpabile e intellegibile, eppure quello che in assoluto vorrei mi appartenesse di più. Nel senso che desidero rimettermi in gioco, talvolta andando controcorrente, altre volte affiancando chi secondo me ha preso la direzione giusta, in ogni caso cercando di misurarmi in ambiti diversi e di influire sulle situazioni con cui vengo a contatto. Il che si può fare in cento modi diversi, il primo dei quali è rivendicare i propri diritti di cittadino e pretendere una democrazia che non sia parola vuota, ma un contenitore basato su principi non negoziabili. In fin dei conti, una cosa semplice: far valere le proprie idee. Perché valori è parente di valere, che significa proprio “avere un valore”. Senza questo tipo di inquadramento non solo è difficile tirare fuori la Regione dal pantano in cui è finita, ma anche trasmettere i valori di cui sopra alle nuove generazioni. Perché, ricordiamolo, i valori si trasmettono “raccontandoli”, ma soprattutto si trasmettono con l’esempio. E spesso, troppo spesso, la politica ha dato cattivi esempi.

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