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Se penso all’urna elettorale, e alla croce che ciascun cittadino ha il diritto e dovere di segnare sulla scheda, mi viene in mente il momento del consenso informato, quello che ci viene chiesto quando abbiamo a che fare con gli ospedali e gli ospedali hanno bisogno da noi del via libera. Firmiamo, in genere senza sapere bene che cosa (e per che cosa), nonostante la posta in gioco non sia uno scherzo: si tratta della nostra salute.
Perché succede così? Quando va bene, perché ci fidiamo del personale sanitario. Quando va male perché, semplicemente, non siamo in grado di capire quello che c’è scritto nei fogli che ci vengono sottoposti. Non abbiamo le competenze, non siamo a nostro agio con le parole degli specialisti, non abbiamo la lucidità. E speriamo che tutto vada per il meglio, come del resto dovrebbe essere.
Allo stesso modo, per troppo tempo al momento dell’ingresso nella cabina elettorale e dell’accesso all’urna, è mancata la piena consapevolezza del peso della scelta, è rimasta fuori la partecipazione informata, ma informata davvero, cioè avendo capito tutti i termini della questione. Che nel caso delle elezioni è poi il vero senso del perché mettere una croce o scrivere un nome. Per troppo tempo l’urna elettorale ha rappresentato per molti un vuoto, qualcosa a cui non si riusciva a dare il giusto valore. Non un luogo decisivo per stabilire il destino dei cittadini, non un tempo cruciale dove tirare le somme per individuare chi ha fatto bene e chi ha fatto male. In quei pochi minuti, entrati in un non luogo e in un non tempo, non c’era la coscienza della posta in gioco. L’urna tanto per fare, oppure per fare qualcosa secondo comando.
È soprattutto dal 1995 che in Lombardia una mano invisibile accompagna tanti elettori al seggio, tra svogliatezza e diktat subiti. La scelta di molti è stata di turarsi il naso, a destra come a sinistra, a prescindere dalle qualità degli uomini e dalle cose fatte, buone o cattive che fossero. Penso a Comunione e Liberazione, che con Roberto Formigoni e i suoi fidi ha sempre tracciato la linea da seguire e imposto le persone da votare: in funzione della fedeltà cieca verso una comunità, indipendentemente dai comportamenti. Non ha contato la qualità dei candidati ma l’appartenenza al gruppo. E oggi più che mai i risultati politici e giudiziari in Regione sono sotto gli occhi di tutti.
Penso poi all’indifferenza dei tanti altri cittadini che in passato si sono accontentati. Senza star troppo lì, una croce e via. Oppure a quelli che all’urna hanno rinunciato vista la dubbia caratura politica, l’inconsistente opportunismo o l’anonimato di certi candidati, a destra così come a sinistra. E ancora alle degenerazioni dei voti comprati dalla ’ndrangheta, le truppe cammellate che con i soldi in tasca hanno appoggiato questo o quell’aspirante consigliere corrotto.
Ma così non va. Se penso all’urna, oggi, voglio poter pensare alla democrazia come partecipazione, parafrasando Giorgio Gaber che cantava di libertà. Se penso all’urna, voglio vederci il vero e unico strumento in mano a tutti noi per prendere la mira e non sbagliare il colpo. Perché non si può sempre dire, dopo, che i candidati eletti sono stati un errore, che le loro scelte politiche non sono le nostre, quelle almeno che pensavamo fossero in base alle promesse fatte.
Questo vale soprattutto per elezioni come le regionali: in questo caso non c’è l’orrendo porcellum che alle Camere o al Senato costringe a votare “solo” il partito o lo schieramento a noi meno lontano. Le elezioni regionali permettono di usare la preferenza, di indicare un nome: perché non usarla, visto che ci è consentito anche di scegliere la persona?

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