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Ho conosciuto Nando dalla Chiesa nel settembre del 1982, proprio poche settimane dopo la tragica uccisione di suo padre, il Generale Carlo Alberto, a Palermo. Debbo confessare, ma a lui non l’ho mai detto, che ero in forte imbarazzo. Io, siciliano, senza alcuna ragione, mi sentivo sulle spalle la vergogna di un popolo.
Partecipavo a una commissione in Bocconi per il diritto allo studio. Io mi trovavo a essere rappresentante degli studenti e lui quello dei docenti.
In verità le nostre strade si erano già incrociate l’anno prima; con lui avevo frequentato il corso di sociologia e con lui avevo sostenuto l’esame, conseguendo un 29 (e ancora, a volte, mi chiedo il trentesimo mancante dove sia finito…).
Ma l’anno della svolta del nostro rapporto è stato il 1984. Quando Nando mi ha chiamato chiedendomi di “dargli una mano per un libro”. Quello che poi è diventato Delitto imperfetto, pubblicato nel 1985, volume capace di chiarire il contesto che rese possibile l’omicidio di Carlo Alberto dalla Chiesa e le responsabilità politiche e morali, ha rappresentato per me, giovane ricercatore e “organizzatore di carte”, di documenti e ritagli di giornali, un momento di crescita e di presa di coscienza fondamentale.
È stato grazie a quell’esperienza che ho capito che ai temi e agli argomenti allora “tradizionali” dell’attività politica studentesca bisognava affiancare, e con forza, i temi della legalità e della lotta alla mafia.
In seguito con lui ho fatto la tesi di laurea, ricordo ancora, prima dell’assegnazione dell’argomento (strategie aziendali) della sua domanda, se avevo letto Il principe di Machiavelli e Della guerra di von Klausewitz. E alla mia risposta negativa, la sua nuova domanda è stata su come pensavo di potermi occupare di strategie senza aver letto e assorbito i classici del pensiero strategico occidentale.
Quando Nando dalla Chiesa, nel 1985, insieme a 100 importanti nomi di milanesi, è stato promotore della nascita del circolo Società civile (vedi voce Società civile), non ho avuto la minima esitazione nel partecipare a un modo nuovo di fare politica.
Ho dato una mano, con affetto e in posizione defilata, nella sua campagna elettorale 1993, quella del Sindaco con i baffi, quando per la prima volta – nel momento di crollo della Prima repubblica e prima del ventennio berlusconiano – dovevamo prendere atto dei devastanti effetti a cui possono portare le convergenze tra gli interessi dei poteri forti e la barbara violenza del leghismo, allora ancora guardato con troppa simpatia anche da gente perbene che credeva che i seguaci di Alberto da Giussano potessero rappresentare la palingesi dopo la tempesta di Tangentoli.
Ci sono stati anni in cui ci siamo persi a volte un po’ di vista, ma le nostre strade hanno finito spesso per incontrarsi, mai per caso e sempre per scelta. Da una chiacchierata natalizia con lui, ad esempio, è nato lo spunto per la nascita di Omicron (vedi voce Omicron), progetto poi varato da me nel 1997 insieme a Gianni Barbacetto e ad altri.
E poi Melampo, l’esaltante avventura (nata nel 2004 da una cena agostana milanese e da chilometriche telefonate nelle settimane seguenti) che ci accomuna nella creazione di una casa editrice di saggistica che è oramai una realtà riconosciuta e di riferimento nell’editoria e nella cultura nazionale per chi è attento alla legalità e ai diritti, alla lotta alla mafia e all’impegno per la giustizia o alla questione morale.
Se amicizia, come ho letto altrove, è condividere una serie di pregiudizi nati da esperienze comuni, io con Nando dalla Chiesa credo di condividere un buon numero di pregiudizi.

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