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Da qualche anno a questa parte in Italia la parola talento si impiega soprattutto in due ambiti. Da un lato ci sono i talent show, cioè quei format televisivi in cui ragazzi che hanno buone attitudini artistiche (nel canto, nella recitazione, nel ballo, nel suonare uno strumento e così via) vengono messi alla prova per affinare la loro predisposizione e farla diventare, magari, un’occupazione lavorativa. Dall’altro c’è l’ambiente delle aziende. Lì il talento non è una cosa poi diversa: è il termine con cui si indicano le potenzialità non solo di fare carriera, ma di esprimere quella carica di innovazione unita a una certa capacità di leadership che sono merce rara e preziosa. Sono, in sintesi, i più bravi, i migliori, quelli dei quali c’è ancor più bisogno, visto che nel frattempo il mondo si è fatto più difficile o, se preferite il gergo aziendale, il contesto è diventato molto più competitivo.
Insomma, qualsiasi sia l’ambito, è chiaro di cosa stiamo parlando: di una buona base di partenza, delle carte in regola per poter compiere il proprio percorso in maniera soddisfacente. Una buona base di partenza. Qualcosa che di per sé è una lieta notizia, certo, ma che allo stesso tempo non basta. Perché questi giovani per affermarsi ed esprimere al meglio le proprie capacità hanno bisogno di un ambiente che li stimoli e che inoltre dia spazio al merito e alla capacità. Altrimenti il talento avvizzisce, non porta vantaggi né a chi ce l’ha, né a chi gli è attorno. E finisce per venarsi di frustrazione.
La Regione ha, tra i suoi obiettivi, quello di favorire negli ambiti pubblici di sua competenza un “habitat” favorevole al talento. Il che non è successo come doveva, negli ultimi diciassette anni. E senza la cura dei talenti non c’è sviluppo. Si pensi, per fare un banale esempio, alla sanità lombarda. Se, come sappiamo, durante il potere formigoniano è stato costruito un sistema basato sulla fedeltà al Celeste e sull’appartenenza a cerchie ristrette all’interno di Comunione e Liberazione, viene da pensare che quei talenti che non facevano parte di un certo gruppo hanno dovuto andarsene oppure languono da qualche parte, in attesa che qualcosa cambi.
E se è vero che adesso il candidato è Maroni, dietro di lui ci potrebbe essere esattamente lo stesso gruppo di prima. Perché quella di Maroni è una candidatura nel segno della continuità. Chi ha appoggiato Formigoni avrà vita facile a cambiare casacca.
Quello che è necessario non è uno spoil system indiscriminato, ma liberare il campo da chi quella carriera non l’ha meritata, dando ora ai migliori l’opportunità di farsi valere. Lo sappiamo che la sanità lombarda vanta un buon livello (anche se la domanda dovrebbe essere: per chi? Quanto differisce l’esperienza di chi può pagare da quella di chi passa attraverso lo sportello pubblico, pur nello stesso ospedale?), ma sappiamo benissimo che si può fare di più perché fino a oggi hanno contato troppo la fedeltà e l’appartenenza.
La Lombardia è la regione guida di questo Paese, ma deve esserlo non solo per il Pil. Deve esserlo anche dal punto della gestione della cosa pubblica. Per questo è importante votare la lista Ambrosoli, che dietro di sé non ha un gruppo di potere, ma la voglia di riportare pulizia e legalità nell’amministrazione di una regione in cui troppo a lungo si è trascurato il merito. Che è poi un altro modo di combattere le ingerenze di poteri altri dentro la cosa pubblica. Poteri che hanno trovato casa al Pirellone come non deve mai più accadere.
Di una cosa dobbiamo essere convinti: la cura dei talenti e la difesa dei più deboli e degli svantaggiati devono essere le due facce della stessa medaglia, debbono viaggiare di pari passo, se vogliamo che l’Istituzione sia veramente al servizio del cittadino.

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