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La Bocconi è la Bocconi. E se un giovane ambisce a una laurea economica, l’ateneo milanese è un pensiero inevitabile. Ma se quel ragazzo è un siciliano di provincia, che non può contare su una famiglia facoltosa che lo mantenga agli studi a oltre mille e cinquecento chilometri da casa, in una città già cara di suo, in un’università dalla retta proibitiva?
Ebbene, all’Università Bocconi ho potuto accedere anche grazie alla Regione Lombardia che garantiva borse di studio ai giovani, come me allora, che avevano la volontà di impegnarsi per una formazione adeguata ma non i mezzi economici per affrontarla.
Quella formidabile rete di mobilità sociale, rete poi in larga parte progressivamente smantellata, di sostegni agli studenti meritevoli mi diede una grossa mano nel cogliere questa possibilità.
Mi sono quindi laureato in Economia aziendale, con specializzazione in Finanza aziendale, nel 1986, con una tesi sulle strategie manageriali e sul caso Italtel, relatore Nando dalla Chiesa, un incontro importante nella mia vita.
La Bocconi per me ha significato solidi e impegnativi studi economici, ma ha rappresentato anche la svolta fondamentale della mia vita: il trasferimento a Milano, oramai trent’anni fa. Milano ai miei occhi rappresentava (e rappresenta ancora, per certi aspetti) la città dove tutto c’è e dove tutto può accadere. Per un giovane studente liceale venuto dalla periferia dell’estremo Sud una sorta di Disneyland, insomma.
Col tempo avrei cominciato a capire meglio che anche nel paese dei balocchi qualcosa che non andava c’era, ma questo è un altro discorso.
La Bocconi è stata per me anche il Pensionato Bocconi. Lì ho vissuto i primi miei anni milanesi e lì ho cementato amicizie che durano nel tempo e rimangono tra le più care.
“C’è un angolo di mondo dove centinaia di persone hanno passato molti dei momenti più belli della loro vita. È un angolo di mondo strano. Non vi scorre intorno un fiume, né lo circonda il mare. Il sole vi batte poche settimane l’anno e il vento non vi porta il profumo delle magnolie. Non vi si cucinano aromatici manicaretti né vi si può adagiare su molli triclinii. È arido come le pietre dell’Armenia, grigio come le maglie dell’Alessandria. Ma in tanti lo ricordano con nostalgia, e, se ne parlano, il sorriso che ora smaglia il volto si fa sincero e disteso. È il Pensionato Bocconi, nobile architettura di piccole celle senza cesso per gli studenti dell’università più illustre e vanitosa dei nostri tempi”. Non sono parole mie, le sto rubando (e non vi dico a chi): fotografano esattamente quello che penso.
A volte ricordando gli anni della Bocconi mi viene da dire che io “mi sono iscritto al Pensionato”, come scrive il mio amico Fabrizio De Fabritiis nel suo Trent’anni a Milano.
Per me il periodo dell’università (e del Pensionato) ha rappresentato anche il periodo della maturazione della coscienza e dell’impegno civile. Sono stato a lungo rappresentante degli studenti del Pensionato e mi sono occupato a lungo di diritto allo studio. Tra assemblee e riunioni notturne e domenicali mi sono speso per tutelare gli studenti che avevano bisogno di sostegno per proseguire gli studi. E sempre negli anni dell’università è cominciato il mio impegno nei primi movimenti antimafia degli anni Ottanta.

Un altro incontro fondamentale della mia vita è da collocare lì: un personaggio incredibile, rutilante e rodomontesco, un uomo che ha la dote dell’Eternità. È il direttore del Pensionato di via Bocconi 12, Salvatore Grillo.
Mi scappa da ridere quando sento parlare o leggo dello stereotipo del bocconiano, arido tecnico o cinico super ragioniere: in quei luoghi io ho incontrato alcune delle persone più vere e umane della mia vita.

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